Tragedia nel 5° Reggimento Aosta: l’ennesimo suicidio che grida vendetta
L’ennesimo dramma si è consumato nelle file del 5° Reggimento Aosta. Un militare si è tolto la vita, lasciando famiglie, commilitoni e un sistema che – ancora una volta – sembra aver fallito nel prevenire l’inevitabile. Queste notizie fanno male, ma soprattutto fanno rabbia. Perché non sono casi isolati: sono il sintomo di un malessere strutturale che lo **Stato Maggiore della Difesa** e le **APCSM** continuano a sottovalutare o a gestire con comunicati di circostanza.
Mancanze dello SMD:
La retorica sulla “cura del personale” e sui “valori etici” dell’Esercito si scontra con la realtà quotidiana di ritmi operativi massacranti, turni massicci (Strade Sicure docet), trasferimenti frequenti, alloggi spesso indecenti e un supporto psicologico ancora troppo burocratico e stigmatizzante. Il militare in crisi sa che chiedere aiuto può significare etichettatura, rallentamenti di carriera o, nel peggiore dei casi, provvedimenti. Il Piano di Prevenzione dei suicidi resta sulla carta, mentre i numeri (purtroppo cronici) parlano chiaro. Non bastano visite del Capo di SMD o esercitazioni scintillanti: serve screening reale, psicologi dedicati senza conflitti gerarchici e una vera cultura della salute mentale, non spot istituzionali.
Mancanze delle APCSM:
Le associazioni sindacali militari, nate per tutelare proprio questi aspetti, troppo spesso si perdono in lotte di rappresentatività, ricorsi incrociati e comunicati roboanti che finiscono nel nulla. Dove sono le proposte concrete e unitarie su protocolli anti-suicidio vincolanti, su distacchi per supporto psicologico o su riforme normative che obblighino il Comando a intervenire tempestivamente? Invece di fare fronte comune, molte sigle preferiscono la visibilità sui social o le polemiche interne, lasciando i singoli militari soli di fronte al baratro. Questo è un fallimento collettivo: quando un caporale o un maresciallo arriva al gesto estremo, significa che anche la “voce” sindacale non è arrivata in tempo o non è stata abbastanza incisiva.
Un suicidio in caserma non è solo una statistica tragica: è un’accusa pesante contro un sistema che addestra a resistere al nemico esterno ma lascia troppi soli contro quello interno. Allo SMD serve un cambio di passo vero, non di facciata. Alle APCSM serve meno poltrone e più risultati sul campo della tutela. Altrimenti queste tragedie continueranno a ripetersi, e i bei discorsi sui “grandi valori” suoneranno sempre più vuoti.
Cordoglio sincero alla famiglia e ai commilitoni. La caserma non deve diventare un luogo dove si muore di solitudine. È ora di passare dalle parole ai fatti, almeno lo speriamo.
