LA RELIGIONE NELLE FORZE ARMATE: UNA SPESA PUBBLICA DA RICONSIDERARE E LA LAICITÀ DELLO STATO DIMENTICATA

In Italia, la presenza dei cappellani militari all’interno delle Forze Armate rappresenta una tradizione storica consolidata. Tuttavia, i costi pubblici connessi a tale istituzione sollevano interrogativi sulla sostenibilità economica e sulla compatibilità con i principi di laicità sanciti dalla Costituzione italiana.

I costi dei cappellani militari

Secondo diverse fonti, lo Stato italiano spende ogni anno tra i 9 e i 15 milioni di euro per il mantenimento di circa 200 cappellani militari. Questi sacerdoti, inseriti nell’organico militare con gradi equivalenti a quelli degli ufficiali superiori, percepiscono stipendi e pensioni equiparati. Ad esempio, l’Ordinario Militare, equiparato a un generale di corpo d’armata, riceve uno stipendio lordo annuo di circa 124.000 euro.

A questi costi si aggiungono quelli legati a pensioni e aggiornamenti spirituali. Nel 2013, la spesa complessiva per la cura spirituale dei militari — includendo stipendi, pensioni e mantenimento degli uffici — è stata stimata intorno ai 17 milioni di euro.

(Fonti: terrelibere.org, Infodifesa, Linkiesta.it, Il Giornale dei Militari)

Proposte di riforma

Negli anni, diversi esponenti politici hanno avanzato proposte per trasferire alla Chiesa Cattolica l’onere finanziario dei cappellani militari, considerando che l’assistenza spirituale rientra nella sfera delle funzioni religiose. Una stima del 2016 suggerisce che una simile riforma comporterebbe un risparmio per lo Stato di circa 6,3 milioni di euro l’anno.

Si è anche discusso dell’opportunità di rivedere lo status giuridico dei cappellani, rimuovendo l’equiparazione ai gradi militari e limitando i benefici correlati. Una riforma del 2014 ha già previsto l’abbandono dell’uniforme militare da parte dei cappellani, sostituita dall’abito talare con stellette, ma i costi restano comunque a carico del bilancio statale.

(Fonte: Infodifesa)

Un dibattito ancora aperto

La permanenza dei cappellani militari nelle Forze Armate continua a sollevare interrogativi sia sul piano etico che su quello istituzionale. In un contesto repubblicano che si definisce laico e aconfessionale, come stabilito dall’art. 3 e dall’art. 7 della Costituzione, risulta opportuno interrogarsi sull’opportunità di finanziare con fondi pubblici un servizio religioso legato a una sola confessione.

Nonostante la proclamata laicità dello Stato, nelle realtà quotidiane delle caserme e delle cerimonie ufficiali permangono pratiche religiose diffuse — quali messe, benedizioni e invocazioni di patroni militari — che rischiano di trasmettere un messaggio di omologazione e assenza di pluralismo. Tali consuetudini possono risultare poco inclusive nei confronti del personale non credente o appartenente ad altre fedi.

Verso un modello più inclusivo

Garantire libertà di coscienza significa assicurare che ciascun individuo possa svolgere il proprio servizio senza essere sottoposto a pressioni o rituali estranei alle proprie convinzioni. La presenza di un’assistenza spirituale facoltativa, eventualmente estesa a più confessioni o configurata in modo civile e laico, potrebbe rappresentare una soluzione più coerente con il pluralismo della società contemporanea.

In conclusione, una revisione del sistema attuale — anche sul piano economico — potrebbe portare a una gestione più equa e razionale delle risorse pubbliche, preservando il diritto all’assistenza spirituale per chi ne fa richiesta, ma senza sacrificare i principi fondamentali dello Stato laico.

A cura del Segretariato Regionale Esercito “Emilia Romagna”
Graduato Aiutante (g.) Valentino Diana

Approfondisci l’articolo ascoltando la nostra discussione nel podcast Voci in Uniforme

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