Disturbo dell’adattamento tra il personale della marina militare

Aprile 12, 2021

Ill.mo Sig. Presidente della Repubblica,
ci rivolgiamo a Lei, nella Sua qualità di Capo delle Forze Armate.
La presente è scritta a seguito delle numerose segnalazioni pervenute alla scrivente Associazioni Professionale Militare a carattere sindacale “Federazione Lavoratori Militari (FLM), dai militari della Marina Militare italiana. Un numero significativo di Ufficiali, Sottufficiali, Graduati e volontari di truppa, stanno urlando nei confronti dell’indifferente silenzio da parte dell’istituzione militare al riguardo della preoccupante diffusione di patologie psicologiche/psichiatriche afferenti al noto fenomeno chiamato “disturbo dell’adattamento”.

Il DSM-51 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi mentali) definisce il disturbo dell’adattamento come una risposta emotiva e/o comportamentale disadattiva a uno o più eventi psicosociali stressanti identificabili (APA, 2013). Il disturbo colpisce le persone che hanno difficoltà ad adattarsi in seguito ad uno o più di questi eventi, in modo sproporzionato rispetto alla gravità o all’intensità dell’evento stesso (APA, 2013).
Di solito la persona con disturbo dell’adattamento riferisce di provare preoccupazione eccessiva, pensieri ricorrenti e angoscianti, umore depresso, ansia, insonnia e bassi livelli di concentrazione (Zelviene P. et al., 2018).
Nel suo esordio i sintomi sono caratterizzati da risposte allo stress che si manifestano generalmente entro tre mesi dall’insorgenza dell’evento stressante e che possono causare un forte disagio nelle aree di funzionamento personali, familiari, sociali, lavorative, educative.
Il disturbo dell’adattamento potrebbe essere diagnosticato anche in seguito alla morte di una persona cara, quando l’intensità, la qualità o la persistenza delle reazioni di dolore risultano eccessive rispetto alle reazioni normalmente attese.
Il disturbo dell’adattamento è considerato come una “condizione transitoria” (O’ Donnell M.L. et al., 2019) tra la condizione normale e patologica perché normalmente i sintomi non durano più di sei mesi, a meno che il fattore di stress persista per un periodo più lungo.

Il Disturbo dell’adattamento, così come i disturbi correlati a eventi traumatici o stressanti è stato concettualizzato come una sindrome da risposta allo stress che spiega le reazioni umane di fronte a tali situazioni (Maercker et al., 2007).
Nella sua manifestazione, oltre ai sintomi principali quali preoccupazione eccessiva e “mancato adattamento” in risposta allo stress, possono essere presenti altri sintomi accessori: evitamento, depressione, impulsività e ansia (Glaesmer H. et al., 2015).
Il DSM-5 include sei tipologie di sintomi associati al Disturbo dell’adattamento (APA, 2013):
• con umore depresso, in cui predomina l’umore basso, la facilità al pianto o la disperazione;
• con ansia, in cui predomina il nervosismo, l’inquietudine, l’agitazione o l’ansia di separazione;
• con ansia e umore depresso misti, in cui vi è una combinazione di depressione e ansia;
• con alterazione della condotta relativo agli adolescenti che di fronte a eventi stressanti manifestano risposte comportamentali aggressive e violazione di regole sociali;
• con alterazione mista dell’emotività e della condotta, in cui vi è una combinazione di sintomatologia emotiva (depressione, ansia) e alterazione comportamentale;
• non specificati, per le reazioni disadattive che non rientrano nei sottotipi precedenti.
I principali fattori di rischio che conducono all’insorgenza di un disturbo di adattamento vanno ricercati nelle capacità personali di risposta a un evento stressante: quanto la persona valuta realmente grave un determinato evento, quanto questo è significativo, le abilità di coping necessarie per gestire il cambiamento (ottimismo, speranza, focus sui problemi, realismo, pensiero critico, percezione di autoefficacia ed autostima). In aggiunta si ritiene che la minaccia all’immagine di sé, il basso supporto familiare e sociale, il basso livello socio-economico, la coincidenza di altri eventi negativi possano concorrere all’insorgenza del disturbo (Carati M.A. et al., 2014).
Quindi, nel momento in cui una persona interpreta un evento o un’avversità come una minaccia a uno scopo significativo di vita potrebbe rispondere in modo rigido, inflessibile e avere difficoltà ad adattarsi alla nuova condizione ambientale, gettando le basi per lo sviluppo del disturbo di adattamento.
Per quanto attiene agli aspetti neurobiologici, in risposta a un evento stressante acuto (se la sintomatologia non supera i 6 mesi) o cronico (se la sintomatologia si protrae per più tempo), potrebbero esserci dei cambiamenti cellulari e molecolari nell’ippocampo, zona del cervello convolta principalmente nella memoria, nella regolazione emotiva e nella formazione di nuove cellule nervose (neurogenesi).
Eccessivi livelli di cortisolo (ormone dello stress) hanno un effetto diretto sull’ippocampo, riducendone la neurogenesi, le dimensioni e la funzionalità. L’ippocampo si atrofizza (si indebolisce) soprattutto in seguito allo stress cronico e viene influenzato da alcune tipologie di ormoni peptidici e proteici, tipicamente coinvolti nelle reazioni allo stress. Generalmente un evento stressante acuto attiva una mediazione della risposta immunitaria attraverso l’utilizzo di catecolamine, glucocorticoidi e mediatori immunitari prodotti localmente. Tuttavia l’esposizione allo stesso evento stressante per diverse settimane provoca, al contrario, una soppressione del sistema immunitario (Strain J.J., 2019).
Lo stress, quindi ha effetti importanti sul Sistema Nervoso Centrale e nella biologia del Disturbo dell’adattamento.
La maggior parte della popolazione è esposta regolarmente a eventi di natura stressante nel corso della vita ed è in grado di fronteggiarli.
Alcuni individui però potrebbero sviluppare vari disturbi associati allo stress. Il disturbo dell’adattamento è considerato un disturbo sotto-soglia in quanto i sintomi subiscono in genere una remissione spontanea entro 6 mesi.
Tuttavia, quando questo non si verifica sarebbe utile ricorrere a un intervento di Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC) per apprendere nuove modalità funzionali di risposta agli eventi stressanti, rafforzare le proprie abilità di adattamento e aumentare le abilità di coping. Il supporto psicologico è necessario anche per prevenire la comparsa di altri disturbi associati, come il disturbo depressivo, promuovendo un atteggiamento volto all’accettazione dell’evento che si è verificato.
Il trattamento potrebbe essere associato a una terapia di tipo farmacologico, impiegando sia farmaci di natura ansiolitica, come le benzodiazepine (BDZ), sia farmaci di natura antidepressiva come gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) e i triciclici (TCA), sotto prescrizione medica.
Fatta la doverosa premessa, vogliamo concentrare l’attenzione sulla comunità militare ed in questo caso specifico, quello della Marina Militare, dove il disturbo dell’adattamento colpisce indifferentemente tutte le categorie militari della Forza Armata.

Nell’ultimo decennio è stata osservata la più crescente emorragia di personale. Un esodo o per meglio dire una fuga di eccellenze marittime militari, le cui cause sono sempre più afferenti al benessere del personale, il quale incide pesantemente sulla patologia connessa all’elevato indice di stress da impiego marittimo.
Si osservino due cause afferenti l’alveo normativo alla base dell’aumento esponenziale del disturbo dell’adattamento dei nostri marinai:
− Imminente ingresso in servizio di svariate nuove Unità Navali (Legge navale Ammiraglio De Giorgi), ma non abbastanza per sostituire la vecchia flotta;
− La legge n. 244 del 31/12/2012, nota anche come “legge Di Paola”, sulla revisione in senso riduttivo dello strumento militare, la quale ha inciso profondamente sul funzionamento e sulla organizzazione delle nostre Forze armate con l’obiettivo di realizzare uno strumento militare di dimensioni più contenute, ma più sinergico ed efficiente nell’operatività e pienamente integrato e integrabile nel contesto dell’Unione europea e della NATO. In sostanza, uno strumento più piccolo, ma capace di esprimere un’operatività più qualificata rispetto al passato, sostenuto da risorse per l’operatività, per il mantenimento, l’addestramento e la preparazione del personale, che li deve gestire.
L’ammodernamento e l’aumento della flotta navale e la contestuale riduzione energetica del personale militare, hanno reso l’impiego del personale operativo troppo intenso, in un periodo storico in cui la Marina militare italiana ha visto un aumento esponenziale dei suoi impieghi operativi quali: «Mare Norstrum, Mare Sicuro, Operazione Gabinia, Vigilanza Pesca (Vi.Pe), Constant Vigilance, Sofia, EUNAVFOR – Atalanta, EUNAVFOR Med – Irini, Sea Guardian, Standing Nato Maritime Group 2, Standing Nato Mine Countermeasures Group 2, M.F.O. Sinai, UNIFIL, Combined Maritime Forces (CMF), SIAF-SILF, etc».
Registriamo, inoltre, un dato sconcertante, quale è quello della carenza tabellare a bordo delle Unità Navali, che risulta essere pari al 15% (dato rilasciato dall’Ammiraglio di Squadra Donato MARZANO2). Questo comporta lo spostamento di personale da una nave all’altra per svolgere compiti operativi.
L’articolo del “il Giornale.it” riassume discretamente la situazione dal punto di vista dei vertici della Marina Militare. Dunque se da una parte possiamo raccontare le incongruenze dal punto di vista dei Vertici della Marina Militare, dove un Ammiraglio lamenta la diminuzione complessiva dei mezzi navali, dall’altra parte, invece, costatiamo l’aumento della Flotta navale, corroborata dalla sopracitata carenza di personale a bordo, quindi ognuno racconta ciò che vuole al fine di ottenere più mezzi e più uomini.
In realtà, i numeri evidenziano un grosso problema riferito più sul fronte del personale, piuttosto che dal punto di vista della flotta, infatti, negli ultimi vent’anni le navi sono aumentate di 6 Unità3 varate 30, disarmate 24.
Complessivamente le navi varate sono di tonnellaggio ben superiore rispetto a quelle che sono state disarmate (nave di tonnellaggio significa più personale, perché la gran parte del lavoro a bordo delle navi è di tipo manutentivo).
A queste incongruenze verticistiche dobbiamo aggiungere la scarsa propensione della Direzione per l’Impiego del Personale della Marina Militare, alla pianificazione delle carriere, la quale incide sui continui cambi di sede e di impiego/reimpiego bordo/terra. Moltissimi marinai si sono rivolti alla scrivente Organizzazione Sindacale militare, proprio per poter rappresentare anche le problematiche legate alle comunicazioni dei trasferimenti, i quali soggiungono con consuetudine dall’alto vertice preposto con soli 10-15 giorni di anticipo.
Questa consuetudine delle comunicazioni dei trasferimenti effettuata in brevissimi tempi, si sposa con un’altra problematica, quella dello scarsissimo supporto logistico, inteso come inadeguatezza di disponibilità di alloggi di servizio, ma più in generale dei servizi a supporto del militare e della sua famiglia. Questa fonte di stress correlato aumenta in maniera esponenziale per chi è costretto alla vita marittima operativa.
I marinai militari ci raccontano che i periodi di imbarco sono aumentati ben oltre quelli pianificati sui tradizionali iter di carriera. Per i Tenenti di Vascello gli incarichi a bordo sono cresciuti in maniera esponenziale, con conseguente aumento degli anni d’imbarco del militare nel periodo totale degli anni di operatività nella propria carriera.
All’uopo è utile ricordare al fine di meglio delineare la gravità di quanto già enunciato, che le suddette modalità di servizio cristallizzate nel tempo, assumono il carattere di “consuetudine”, poste in essere a bordo delle navi presentano effetti deleteri sul personale. Prima tra tutte la durata trimestrale delle operazioni senza un adeguato ristoro del riposo psico-fisico del personale. Le turnazioni di guardia presentano modalità di servizio serrate spinte, in talune condizioni operative fino a quattro (4) ore di servizio e quattro (4) ore di riposo. A ciò si accompagna inoltre un sovraccarico di altri contestuali incarichi secondari, di addestramento, di briefing e di meeting, di impieghi logistici alla bisogna.
Tutto ciò si andrebbe pertanto a sommarsi a quanto precedentemente esposto, ricadendo sul carico del personale già duramente provato dal ritmo veglia/sonno, per esempio, un Ufficiale di Guardia in Plancia impiegato su nave operativa dorme in media 4-5 ore a notte per l’intera durata della missione. Il tutto senza un valido ripristino delle funzioni ristoratrici prodotte da un adeguato riposo.
La carenza cronica di sonno, unita allo stress nel mantenere alta l’operatività individuale, nella capacità di problem solving richiesta per il grado e all’incarico rivestiti, incidono notevolmente sul quadro psico-fisico del personale ad ogni livello e grado, in particolare, in coloro i quali, nelle medesime condizioni lavorative rivestono incarichi di responsabilità sul personale alle proprie dipendenza e sulla nave stessa, come ad esempio gli Ufficiali di guardia in plancia e gli Ufficiali in centrale operativa. Questo durissimo ritmo lavorativo sopportato dai marinai impiegati a bordo delle navi militari, è causa di elevato livello di stress, il quale incide notevolmente sulla prontezza, sui livelli di attenzione, concentrazione, lucidità e di presenza a sé stessi, nell’affrontare il turno successivo di guardia ovvero altro incarico secondario.
Insieme a tutto ciò, non possiamo non richiamare l’infittimento delle normative afferenti alla tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro, la tutela della privacy, e non ultimo l’attuale corpo normativo anti-Sars-Cov.2, che hanno portato ad un notevole aumento delle responsabilità di chi occupa posizioni di Comando.
Tuttavia, duole anche riscontrare che nonostante siano aumentati i carichi di lavoro e responsabilità, gli emolumenti per le indennità di Comando non sono state oggetto di revisione quantitativa, le quali sono rimaste significativamente inalterate (si veda l’indennità di Comando navale).
Al momento non sentiamo parlare di un piano atto ad aumentare le assunzioni del personale militare, il quale si è reso indispensabile per ridurre i notevoli casi del disturbo dell’adattamento, fenomeno che sta enormemente aumentando l’esodo verso il ruolo civile di moltissime eccellenze marittime militari, senza per altro prevedere il tanto agognato “ricambio generazionale”.

Negli ultimi anni si sono verificati incidenti navali militari e/o incidenti che hanno comunque interessato mezzi navali sia italiani che anche statunitensi. Si riportano prima tre incidenti che hanno interessato la nostra Marina militare a seguire quello della Marina Statunitense.
Gli incidenti della Marina Militare Italiana riportati sono quelli che hanno suscitato un clamor fori, il primo riguarda un elicottero che si schiantò sul ponte di volo4, il secondo la collisione della fregata di tipo FREMM Federico MARTINENGO con un motopeschereccio Sonia Fabio5, il terzo riguarda la nave Bergamini a Taranto, in cui il Primo Maresciallo Gioacchino VERDE perse la vita a causa della rottura di un cavo durante la fase di ormeggio dell’unità navale6.
Gli incidenti della Marina Statunitense7 i quali suscitarono un grande danno d’immagine e non solo perché interessarono una delle Forze armate più importanti degli Stati Uniti. Nel 2017, infatti, due navi da guerra statunitensi furono coinvolte in due collisioni particolarmente gravi: a metà giugno il cacciatorpediniere USS Fitzgerald si scontrò con una nave cargo a sud della baia di Tokyo, in Giappone, mentre due mesi dopo la nave da battaglia USS John S. McCain entrò in collisione con una petroliera civile nello stretto di Malacca, a ovest della Malesia, mentre era diretta a Singapore, in entrambi i casi morirono o risultarono dispersi soldati americani: 7 nella collisione della USS Fitzgerald e 10 in quella della USS McCain. Secondo le tre indagini del Government Accountability Office, una sezione del Congresso statunitense che si occupa di effettuare ispezioni e fornire valutazioni per conto del governo federale in maniera indipendente, i soldati della Marina arrivavano a bordo delle navi impreparati, talvolta senza alcuna esperienza e anche senza le conoscenze di base sulla navigazione; inoltre, in media i loro turni erano di 108 ore settimanali contro le 80 previste dal regolamento della Marina. Sembrò quindi plausibile che lo stress sugli equipaggi, la disorganizzazione e gli errori umani fossero tra i principali fattori che portarono alle collisioni del 2017.
L’Ammiraglio Michael Gilday, il capo delle operazioni navali dichiarò che la Marina «si è piegata troppo», facendo molto di più di quello che avrebbe realmente potuto fare. Un politico Repubblicano ed ex ammiraglio della Marina la cui candidatura era stata sostenuta proprio da Trump, dichiarava che il dipartimento «navigava in cattive acque per molti fattori, tra cui gli errori da parte dei vertici».

Inoltre, nell’ultimo anno la Marina degli Stati Uniti è stata interessata anche da altre due importanti questioni: la diffusione della pandemia da coronavirus a bordo delle navi militari e le grosse incertezze dovute al fatto che nel giro dell’ultimo anno il ruolo di segretario alla Marina, la carica più alta del dipartimento, sia stato ricoperto da quattro persone diverse.
Riconoscendo alle Forze armate statunitensi il loro pragmatismo nelle risoluzioni delle problematiche a seguito delle lesson learned siamo certi che hanno immediatamente invertito la rotta sulla questione dei turni di servizio i quali sono la causa principale dello stress e della relativa patologia del disturbo dell’adattamento. Sarebbe il caso, dunque, non più procrastinabile, che la nostra marina militare facesse sua la predetta soluzione.
Quanto si riporta di seguito risulta emerso dalle segnalazioni da parte del personale della marina militare, che solo dopo avergli garantito l’anonimato hanno avuto il coraggio di confidare a questa O.S., che la Forza Armata “disponga” d’ordine alle Commissioni Medico Ospedaliere di non concedere la “permanente inidoneità” ai militari affetti da patologie psichiatriche in modo da portarli con “temporanea inidoneità” al raggiungimento dei 730 giorni di aspettativa sanitaria, eliminando di fatto il diritto di transitare nel ruolo dei dipendenti civili della difesa.
Comprendiamo la gravità delle affermazioni che ci sono state riportate le quali, chiaramente, laddove non supportate da evidenza nei fatti ovvero prodotte da testimonianze attendibili qualora non fossero però minate dalla paura delle eventuali conseguenze e ritorsioni a carico di coloro che denuncino queste discrasie, restano mere illazioni, ma, ci confortiamo del detto “vox populi, vox veritas” e che in ogni bugia c’è sempre un fondo di verità, pertanto, un’attenzione particolare alle predette “voci” andrebbe garantita.
Se fosse vero che, si sia disposto d’ordine alle Commissioni Medico Ospedaliere di non concedere la “permanente inidoneità” ai militari affetti da patologie psichiatriche, questo comporterebbe l’elevato rischio che, al comando delle unità navali avremmo di fatto dei “malati psichiatrici”.
Tale linea d’azione risulta molto pericolosa e per di più in contrasto con numerosi dispositivi normativi ordinamentali militari, pertanto se fosse confermata la disposizione, basterà osservare gli esiti delle CMO della Marina Militare nei prossimi mesi.

È naturale che le condizioni di vita come quelle riportate in premessa ed imposte dalla Marina militare ai suoi lavoratori possano sfociare in una depressione o anche in patologie psichiatriche ben più gravi. Far credere ai militari di non essere tutelati all’insorgenza di patologie psichiatriche, potrebbe comportare casistiche estreme che, in taluni casi, potrebbero sfociare nei suicidi, soprattutto per i lavoratori più deboli con famiglia o scarso livello d’istruzione, per i quali trovare un’alternativa professionale in avanzata età potrebbe essere un problema devastante.
La Federazione Lavoratori Militari si oppone fermamente, da sempre, all’adozione di simili protocolli, inficiati da svariati profili di illegittimità e forieri di gravi abusi, pertanto, chiediamo formalmente che una delegazione della nostra O.S., sia posta nella condizione di conferire con il personale imbarcato della Marina Militare. Incontri da condurre a bordo delle navi, alla stregua di attività ispettive, senza che gli stessi rientrino tra le visite pre-annunciate, al fine di eliminare ogni plausibile ipotesi di “pressione” da parte della catena gerarchica sul personale militare.
Sottrarsi ovvero negarsi alla nostra richiesta, risulterebbe non solo una gravissima violazione dei diritti sindacali ma ancor più grave confermerebbe non solo quanto riferitoci dal personale della marina militare, ma addirittura che la Forza armata non tenga nell’adeguata ed importante considerazione l’individuo militare.
L’instaurazione urgente di un tavolo di confronto è di indispensabile necessità, in quanto idoneo strumento di mediazione e pianificazione per la ricerca di ogni possibile soluzione al fine di tutelare gli interessi ed i diritti del personale militare adeguandoli agli obbiettivi dell’Amministrazione della Difesa, inoltre, eliminerebbe qualsiasi aleatorio atteggiamento di indifferenza da parte dell’istituzione politica e militare nei confronti di questa dolorosa patologia che affligge il mondo militare e di converso anche le rispettive famiglie.

Disturbo dell’adattamento tra i marinai, articolo in PDF

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